SAVATE – BOXE FRANCESE

“Ciascun gesto deve essere efficace” (Louis Armand Victorien Leboucher)

L’aspetto più evidente della savate, anche a un occhio non esperto, è l’estrema spettacolarità delle azioni.

Tuttavia, la savate ha origini molto pratiche. Nasce infatti come difesa da strada nei bassifondi della Parigi ottocentesca grazie ai marinai che avevano conosciuto le arti marziali in Oriente, in particolare Corea del Sud.   Il nome “savate”, in francese “ciabatta”, fa riferimento alle calzature dei marinai dell’epoca.

savateSi considera padre della savate tale Michel Casseaux, diventato famoso per il suo modo di combattere costituito prevalentemente da colpi di gamba e schiaffi. In seguito i suoi allievi affinarono la tecnica fondendola con il pugilato inglese e si svilupparono due tendenze: l’autodifesa e lo spettacolo. Come forma di autodifesa si diffuse anche nell’esercito francese ed era molto di moda tra i nobili europei e russi, ma è solo alla fine dell’800 che comincia ad essere insegnata come un vero e proprio sport e nel 1924 la savate è addirittura presentata come sport olimpionico.

In Italia si diffuse a partire dai frequenti scambi commerciali tra Genova e Marsiglia, e in pochi decenni si consolidarono diverse scuole, radicate soprattutto ma non solo nel genovese, che resistettero al proibizionismo del regime fascista e alle distruzioni della Seconda guerra mondiale. Alcune sono attive tuttora.

A differenza di altri tipi di kickboxing, si usano apposite scarpe con suola e punta rinforzate, e si può colpire con tutto il piede. Questo permette di sfruttare appieno le lunghe distanze e impone azioni molto dinamiche. Sia nella sua variante a “contatto leggero” (Assalto) sia nel “contatto pieno” (Combat) richiede mobilità, resistenza, esplosività e controllo dei colpi, perciò viene esaltata la preparazione atletica e l’apprendimento delle tecniche.

Inoltre, un elemento cardine è lo studio delle traiettorie dei colpi e quindi la capacità di adattare la strategia a situazioni estremamente variabili.

Si ringrazia Silvia Scampini per i testi